- Da qui non potete passare, dovete tornare indietro!
- Ma il navigatore dice che questa è la strada per Medjugorje! 

- Questa strada; riservata ai residenti locali, dovete tornare indietro.

L'inglese non era perfetto ma cortese e chiaro: quella strada non era per noi.
 Sono passati meno di vent’anni dalla fine della guerra nella ex Jugoslavia e la Bosnia continua a conservare tracce indelebili.
Ovviamente lungo questa strada c’era qualcosa che non doveva essere visto o incontrato da chi come noi, si avventura in pacifica esplorazione itinerante col camper.
Mine ancora attive?
Elementi pericolosi allo sbando?
Una successiva occhiata su Google Maps ci rivelò più avanti una vasta area più di carattere militare che non ad un invitante campo da golf.
Insomma il nostro ingresso in Bosnia non era realizzabile passando nei pressi di Imotica, e la ventina di chilometri trascorsi da ripercorrere in senso inverso stimolarono lo spiacevole disagio di dovere girovagare controvoglia in strade buie e strette e per di più già viste.
Ma non era finita.
Raggiungemmo di nuovo la costa fino al bivio di Zaton Doli, per entrare in Bosnia da quella frontiera che il nostro navigatore aveva pensato bene trascurare.
Eravamo partiti poco prima da Dubrovnik, una stupenda città che culla tra le sue mura tutte le sue vicissitudini storiche, prossima novella di Naturelfa Travels.
Lola ed io ci eravamo attardati nei vicoli della città immersi nel diligente ruolo di turisti attoniti ed il viaggio era ripreso affrontando il tramonto inoltrato.
Fatti i calcoli, saremmo arrivati a Medjugorje poco dopo la mezzanotte per potere dormire e visitare poi questo luogo di pellegrinaggio noto per le apparizioni Mariane.
Bench; territorio Bosniaco, questa lingua di terra del cantone di Erzegovina-Narenta che costeggia il mare per una decina di chilometri dividendo in due la Croazia, non offre strade di grande circolazione per addentrarsi all'interno.
Passata la città di Neum, occorre rientrare in Croazia e risalire fino al bivio di Opuzen per trovare tutte le indicazioni stradali desiderate.
Quando finalmente entrammo in territorio bosniaco dalla parte giusta, nei pressi di Metkovic, ci accorgemmo quanto era utile seguire diligentemente i cartelli stradali, quasi fossero fatti apposta.
Il problema è di riuscire a possedere anche arti divinatorie quando questi iniziano a scarseggiare e ci si trova in una strada che nulla più riporta della meta per decine di chilometri.
Era di nuovo il caso nostro.
Più volte Lola, refrattaria ad ogni tipo di imprevisto, insistette per tornare indietro da questa strada che notte fonda e buio pesto rendevano ancora più preoccupanti.
Il navigatore segnava solo le strade principali della Bosnia e secondo lui ora ci trovavamo in aperta campagna.
Inutile chiedergli un parere.
Eppure Medjugorje non sembrava molto lontana, solo un paio di centimetri, sul suo schermo.

"No, indietro non ci torno", sostenni con sconsiderata audacia, "il cartello c'era, una ventina di chilometri indietro! E allora stavolta andiamo avanti".
I dubbi che iniziavano a stuzzicare anche me furono festosamente scacciati una ventina di inquietanti chilometri innanzi.
Un cartello scritto a mano con la direzione ambita troneggiava maestosamente inchiodato ad un albero.
Logica vuole che avessimo imboccato una strada panoramica secondaria della quale il buio aveva purtroppo inghiottito ogni attrattiva.

Fummo fortunati all’arrivo di trovare un parcheggio apposito per camper e roulotte, un'area recintata in pieno paese definita "campeggio" ma più simile al cortile di una vecchia fattoria abbandonata.
Invano cercammo custodi o responsabili ma ormai la stanchezza e la presenza di qualche altro mezzo analogo ci convinsero a giovarci del posto.
Al risveglio una simpatica signora ci accolse come proprietaria e con qualche euro ci fece sentire a casa nostra, fornendoci ogni informazioni sul posto, sui pellegrinaggi e qualche accenno storico.
Ci salutammo poi per raggiungere il centro a pochi minuti di cammino.

Medjugorje è un grande fiorente mercato i cui negozi offrono tutto quello che turista o pellegrino si aspetta di trovare.
Oggetti e indumenti delle marche più; pregiate vengono venduti a prezzi bassissimi, permettendo di venire in possesso di beni pregiati, per molti economicamente inaccessibili, dando già così l’impressione di un piccolo miracolo, purtroppo falso quanto gli oggetti in questione.
L'atmosfera mistica che aleggia dà tuttavia l'impressione che non sia proprio un grosso peccato e ci invita a raggiungere il retro della chiesa dove un altare all'aperto svolge una funzione religiosa ai fedeli disposti a raggio, su un’area di cui solo una veduta aerea può rivelane appieno le ampie dimensioni.
Arrivammo durante la messa, tutta sorprendentemente in Italiano.
La quantità di fedeli era impressionante per una località piuttosto fuori dalle grandi mete turistiche.


Evidentemente, la divulgazione fatta in Italia dai media su questo luogo raggiunge appieno i suoi traguardi.
Bene o male chiunque sul posto conosceva l'italiano dandoci il dubbio di essere effettivamente all'estero.
Quando lasciammo Medjugorje ritornammo alla realtà locale.
Lungo la strada per Mostar si vedevano ancora delle case abbandonate con i segni indelebili della guerra.
In vent'anni la maggior parte erano stati cancellati e gli edifici ricostruiti.
Città intere rimesse a nuovo ma bastava uno di questi monumenti alle tragedie umane per riportare la mente al periodo in cui la desolazione della guerra era realtà.

Inevitabilmente riemergevano nitidi i miei vecchi ricordi di case forate dai proiettili come groviera, i buchi delle granate per le strade, i ponti distrutti con ore ed ore di attesa, talvolta un intero giorno per il proprio turno in traghetti di fortuna con cui raggiungere l'altra sponda, e gli incessanti controlli della Sfor, le truppe internazionali di pace che a rischio della vita dovevano controllare e sedare ogni conflitto interno.
Era il 1996, subito dopo la fine ufficiale del conflitto quando vidi per la prima volta questa realtà desolata.

Scheletri di alberghi di lusso ancora agonizzanti, grattacieli sventrati dalle cannonate e famiglie disperate che avevano perso più di un familiare.
Ora tutto sembrava la pagina svoltata di un libro di storia ma molte tracce persistevano come monito a non dimenticare.

Passammo non distante da Blagaj, vicino a Mostar, un luogo caratterizzato dalla più grande sorgente carsica d'Europa dando alla luce il fiume Buna.
Sgorga ai piedi di una roccia alta 200 metri attraverso una caverna da cui fuoriescono le acque, dopo 200 metri di percorso sotterraneo.

Forma l'ambiente ideale in cui proliferano pregiate trote endemiche di torrente.
In riva alla sorgente, il caratteristico monastero derviscio Tekija, edificato attorno al 1520 crea una scenografia unica frutto di elementi di architettura ottomana e stile mediterraneo che lo promuove a monumento nazionale.

Questa volta non c'era tempo per un'ulteriore visita ma tenevo in serbo i ricordi immortalati in foto di quando la zona era per me un luogo di frequente soggiorno.

Quando arrivammo a Mostar, la sua rinascita spiccava sovrastando le vicende passate, con l'impegno di rendersi accogliente ai numerosi turisti presenti.
Il caratteristico ponte vecchio, da cui prende il nome la città, era ormai stato ricostruito da quasi una decina d'anni, soppiantando il ricordo del continuo bombardamento che lo distrusse nel 1994.

Ricordavo ancora quando un intreccio di tubi metallici e assi di legno costituivano l'unica sua sostituzione.
Ora i mercatini nelle vie della città vecchia sfruttavano i vecchi cimeli della guerra per offrire ogni tipo di oggetto costruito con pallottole, bossoli di cui i turisti in cerca di emozioni possono fregiarsi, tipo portachiavi, penne stilografiche e soprammobili che, data la quantità; non meraviglierebbero essere "made in Cina".
In caso contrario, solo questione di tempo.


Dopo una bella lustrata agli occhi e ai ricordi, la strada di ritorno si concretava con la visita di Sarajevo, ultima tappa prevista stante il tempo rimasto.
La strada tra Mostar e la capitale ci regala; paesaggi ricchi di fascino, di mescolanze storiche e architettoniche, che ci accoglievano con familiarità.
Anche le persone che si incontravano mostravano grande cortesia e riguardo.
Fu difficilissimo individuare un parcheggio a Sarajevo.
Il camper, troppo grande per un normale posto macchina, trovò il suo posto in un parcheggio normalmente adibito agli autobus, che a quell'ora, si presume, non sarebbero più arrivati, lungo la strada principale.
Ben in vista e ben illuminato, ci sentimmo liberi di incamminarci verso la città antica.
Non utilizzavo sempre la chiusura supplementare anti-scasso esterna per bloccare le porte del camper.
Con il suo inserimento è assolutamente impossibile aprire ed entrare se non rompendo un finestrone e scavalcare, cosa che di solito scoraggia il ladro.
Sarajevo non si meritava tanta diffidenza però lo feci d’istinto e raggiungemmo i mercati del centro.
Negozi, colori, luci, oggetti tipici, tutto il necessario per appagare il turista esplorativo.
Per appagare invece lo stomaco era ora di recarci a gustare qualche specialità locale.
I cevapcici! Caratteristici dei paesi della penisola balcanica queste polpettine cilindriche a base di carne di manzo o di agnello, furono il primo piatto che degustai entrando in Bosnia e non poteva mancare ad ogni successiva visita.

 Verso le undici di sera, i negozi iniziavano a chiudere e decidemmo di avviarci per trovare un luogo di sosta per la notte.
Fu grande stupore quando vidi il finestrino della porta d’ingresso laterale del camper frantumato.
Avevano cercato di entrare in nostra assenza rompendolo per aprire la porta dall’interno.
Fortunatamente, il blocco esterno di cui non si era accorto il ladro, aveva svolto fedelmente il suo compito impedendo l’ingresso, anche se il danno ci costrinse poi a cambiare la porta intera, essendo un blocco unico.
Lo sconcerto che la piccola criminalità aveva contagiato anche Sarajevo si trasformò in una cocente delusione.
Evidentemente il paese si stava integrando perfettamente al resto dell’Europa.

 Quella notte non restammo in Bosnia ma giudicammo più saggio viaggiare fino al mattino per raggiungere la Slovenia e fare una tappa per qualche ora di riposo in località più sicura.
Tutto sommato il nostro soggiorno ci aveva regalato emozioni nelle quali fortunatamente ogni sconforto si sarebbe presto inesorabilmente dissolto.



 


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BOSNIA-HERZEGOVINA